Comune di Ruffano
Cenni storici
Piccolo centro dell'entroterra salentino, a circa venti miglia dal capo di Leuca e quasi a eguale distanza dallo Ionio e dall'Adriatico, sorge su una collinetta a 125 metri sul livello del mare, tra due modesti rilievi, in origine coperti di macchia mediterranea, e la grande vallata di levante, che accoglie la frazione di Torrepaduli, alle falde di terreni olivati appartenuti un tempo all'immenso bosco di Belvedere. Circa la sua origine, si favoleggia di un centurione romano di nome Ruffo, che avrebbe avuto in sorte questo territorio quando si usava distribuire agli ex combattenti le terre conquistate. Secondo altri, invece, eponima del casale sarebbe stata la famiglia Ruffo, o Ruffa, forse di origine romana, dal gentilizio Rufius. Ipotesi rintracciate nella toponomastica cittadina, che ricorda il leggendario centurione con una piazzetta nel centro storico del paese a lui intitolata e, parimenti, la primigenia famiglia con una viuzza nel borgo antico. Per altri ancora, il toponimo deriverebbe da rufus o rubus per alcune particolarita' del luogo, quali la terra rossa o la predominanza nella vegetazione di piante fruttifere o di rovi. Comunque sia, questo paese vanta origini molto antiche e, probabilmente, come molti altri del Salento, avra' subito incursioni e saccheggi per mano di orde barbariche, sara' stato distrutto e ricostruito e, poi, sottomesso, attraverso varie vicende, alla Signoria di diverse famiglie. Per la sua posizione geografica, per il suo territorio ubertoso e l'operosita' degli abitanti ha avuto nel tempo un rapido sviluppo demografico e urbanistico, come pochi altri in Terra d'Otranto, assurgendo a Capoluogo di Circondario, nel Distretto di Gallipoli, e sede d'importanti istituti amministrativi, quali la Pretura e le Carceri Mandamentali, l'Ufficio del Registro e Bollo, quello di Conciliazione ed altri di notevole rilievo. Numerose testimonianze raccontano la sua storia:
1) le porte e le viuzze del centro storico, strette e tortuose, ove il sole entra di rado e il vento talvolta pare s'aggiri pigro e discreto;
2) le case a corte, coi piccoli atri, silenziosi e profumati di gerani, che a mezzogiorno si riempiono di luce e mostrano ancora intatti i segni della vita comunitaria, con le scale strette, con gli scalini logorati, consunti dall'uso, quasi addolciti, che pare invitino a salire;
3) i palazzi gentilizi, con le facciate austere, i blasoni del casato, le iscrizioni latine, i fregi, le insegne cavalleresche, le logge, come si vedono nel palazzo marchionale del XVII secolo, o castello, come popolarmente e' chiamato, con la stupenda loggia Brancaccio, all'interno della piazza, che lo congiunge alla chiesa parrocchiale e l'altra, esterna alla porta Mare e rivolta come la prima a ponente, che ricorda il marchese Ferrante;
4) nel settecentesco palazzo Villani, che prospetta piazza IV Novembre, con cinque mignani sulla grande facciata, l'arco con lo spettacolare pomo pendente, vera arditezza architettonica, e un balcone retto da una lunga fila di mensole. Sul retro della magnifica dimora, in fondo al giardino, si trova un elegante caffeaus, quasi luogo riservato e appartato, che, oltre il ristoro e la sosta per divagazioni culturali, offriva agli amici convitati una stupenda vista panoramica sulla vallata di levante.
5) nel palazzo Licci che da' sulla piazza S. Francesco, con le caratteristiche arcate in duplice ordine;
6) in quello della famiglia Riccardo, restaurato di recente, che prospetta via Mons. D'Urso, l'antica via detta del Muro, forse a memoria delle mura antiche, abbattute per far posto alle civili abitazioni o alle case del popolo;
7) nel palazzo Castriota Scanderbeg, in quelli della famiglia Pizzolante, in fondo alla via anticamente chiamata Pennino, e della famiglia Pio sulla via della chiesa.
Molte le chiese, le cappelle rurali e le edicole votive, sparse nel territorio, fin nei luoghi piu' lontani, nate per devozione del popolo, in onore dei santi protettori o della sempre invocata Madre Celeste. Tra le piu' antiche, si annoverano:
1) la seicentesca chiesa dei cappuccini, vero gioiello architettonico dell'epoca, annessa al convento dei frati minori francescani, che risale ai primi decenni del XVII secolo;
2) la chiesa di S. Marco, che assunse il titolo di Madonna del Carmine quando in essa si trasferi' la Confraternita omonima dalla chiesa di S. Foca;
3) quelle dell'Addolorata nell'antico borgo S. Marco;
4) dell'Annunziata, alle spalle della Chiesa Madre, passata per successione di parentela dalla famiglia Riccio ai Giangreco e poi ai Pizzolante Leuzzi, il cui stemma e' effigiato internamente al centro del pavimento e ai lati dell'altare;
5) la chiesetta di S. Maria ad Nives nella contrada di Zoccalio;
6) la cappella di Mater Domini o S. Maria della Serra che sorge sulla collina omonima e quella di recente costruzione, S. Maria della Finita Novella, nel complesso polifunzionale della "Citta' della Domenica", ex masseria Mariglia, che ricorda quella non piu' esistente, annessa all'antico cimitero a sud-ovest del convento dei cappuccini.
Ma quella di maggior prestigio e' senza dubbio la chiesa Matrice, l'antica Collegiata, la terza parrocchiale, dopo quelle di S. Foca e della Nativita' di Maria Vergine, eretta entro le mura, in piazza Castello.Vincenzo Vetruccio
